(Giugno)
The white lady loves you more
Oh Adeline, le tue labbra di burro vero, navigo su mari privi di gabbiani bianchi dalle ali spiegate e fragili come l’anima di un pazzo che in mezzo alla strada urla il suo nome ma non ricorda il suo nome, fatto di sillabe, lettere, mementi grafici di tempi che seduto al banco imparava prima che perdesse tutto. And everything means nothing to me. Quella donna l’aveva distrutto. Con un tocco le aveva donato la luce, poi era scappata in Francia e si era portato via il suo cuore, lasciandolo nell’oscurità. Il vento entrava fragile negli occhi, accarezzava l’epidermide nella spiaggia di boccadasse. Sassi bagnati dal mare, case colorate dalle facce sbagliate, a big fake. Per turisti. Un gelato sbagliato nello sfondo un vecchio dalla barba bianca, mi ricorda il vecchio del vecchio del mare. Un cappellacio in testa davanti le sue rete da marinaio genovese. Pretty Mary K. Pretty Mary K.. Spinto dal mare sulla passeggiata di Garibaldi femmina a nervi, pietre che parlano giustizia naturale, nelle piante spira l’anima della brezza che viene dal mare, con un respiro pieno, gonfio ed ebbro di vita. E le onde si scagliano sugli scogli a corteccia come alberi di giustizia divina, posati sotto il cielo estivo, posati dagli dei. Con il cuore in mano cammino nel buio della vita, nel buio solare, senza la donna che mi diede la luce e prese il mio cuore. Giaci sulle periferie delle emozioni, senza ali per volare, per volare via, libero. Non andare oltre il cielo, l’azzuro e il bianco e i pastelli che nessuno ti ha voluto dare, per sfogare la rabbia come gli dei col cielo, il mare con gli scogli, la vita con l’uomo. Rimane tutto fermo, sedimentato, sotto la sabbia, gli scogli, la musica, le voci dei bagnanti che lontane si perdono nell’etere. E il mare. Il mare cancellerà tutto.
Una candela brucia troppo, troppa luce. Vuoi fare la fine di quella candela. Disse il vecchio con la barba sugli scogli, come un’arpa che suona nel vuoto. E rimasi lì a fissarla, in quella chiesa, mi voltai a guardarla mentre era seduta alla mia destra, e mentre l’arpa suonava nel vuoto, c’erano lei e i gli affreschi grattati via dal tempo. Sai, cara, io so scrivere del tempo e dello spazio, e delle persone, ma non so come funziona nessuna di queste cose. Quando i tuoi capelli sporchi di mare riposeranno sul ventre del mondo io saprò il nome della tua anima. Quando le cicale di Nervi avranno perso il loro canto, la pelle sarà secca e giusta, gli occhi severi come la notte povera di campagna e il cielo sincero.
Macedonie di parole senza significato? Ti devo aspettare alla stazione, prima che il treno parta per vienna, un messaggio prima di non rivederti più “è finita”. Vivere su una scrivania, accanto al desiderio perenne di isolamento, l’ho raggiunto, cara. Il vento, il mare, gli alberi, il vecchio, il nuovo, il sorriso del vecchio mentre tira le reti a mare. Non conosco più niente. Quando l’oscurità arriva, l’oscurità in cui mi hai lasciato. Pochi libri sulla scrivania, li guardo con gli occhi stanchi da monitor, le palpebre calano lentamente. È il tramonto, è tu lo sai.
Considerando il bello e il buono, il grande e il piccolo, l’utile e l’inutile, mi trovo sulla strada dell’inconsistenza, però non fai nessun tentativo di tenermi a galla dal pensiero del big nothing e resisti anche tu dall’invito alla vita. Rimaniamo appesi e legati dai nostri stessi problemi, gabbie immaginarie che abbiamo creato per giustificare comportamenti sbagliati. Sbagliato e giusto. Il grande e buono. E non guardiamo il sorriso del vecchio o il volteggiare dei gabbiani nel cielo, ombre proiettate sull’acqua cristallina.