Ibisco (30 Marzo)
Mentre anneghi nel mare delle parole, nell’acqua che non sa di sabbia o di sale, con lo sguardo orientale che ricorda il Violino, ad aspettarti, mentre col buio che t’abbraccia non resta che l’impermanenza del ritorno, dell’ultimo scoglio.
Clementina, come il colore dei tuoi capelli, come una protagonista di un film, in una sala vuota di un cinema.
Come il frutto, la speranza, l’orgoglio. Mentre bevi più di me e provo a raccontare, parole che non sanno di sabbia e di sale o di mare, occhi scuri in una primavera precoce, nell’ampio cielo senza nuvole, nella tenebra, nel cuore, come ti chiamano alcuni. Qualcuno respira sigarette rollate, in un bar in San Bernardo, dove ti ho trovato, dove dici che non posso più entrare. Preparo un cocktail che ho appena inventato, sei a casa mia, vorrei baciarti ma quando ti bacio ridi, forse per un’emozione che non conosco, e in quei momenti vorrei mandare a dormire il cervello e ricordare Madrid, il colore blu scuro di una notte, a mangiare falafel a ritorno dai locali, con due fratelli dagli occhi stanchi. E Il profumo di ibisco del Nordes.
Clementina, ti ho chiamato, sei salita con una bottiglia di amaro, mentre guardi i miei libri, quattro cose che ho raccolto in questa città, siamo entrambi troppo incasinati nelle nostre teste per capire quello che vogliamo, vorrei dirti che sei una bellissima persona anche senza il bicchiere nella tua mano, senza trappole e pensieri, senza fughe, strategie militari e canzoni. Hai morso il mio collo con grazia, respingendo il vuoto ancora una volta.
Potevo essere quello di tanti anni fa, quando il passo era incerto, ma non avevo paura di perdere niente. Ora ho paura di perdere anche quello che non ho, e non ho la pazienza di essere sorpreso davanti al genio.