Bolla (trittico)
“Raccontami una storia, dai”
Siamo sdraiati sopra le lenzuola e guardiamo il quadro con la pila di limoni sul muro davanti.
Borbotto qualcosa, ma la mia testa è un foglio bianco e non ho nessuna storia, sarebbe bello fermare il tempo come dici tu, rimanere sospesi per poter chiudere gli occhi e riposare. Vorrei dimenticare tutte le mie paranoie - perchè ti sento sempre da un’altra parte - le probabili ombre di fantasmi di un passato prossimo - dove sarai fra qualche mese.
Intanto mangi kebab, cambi idea in continuazione, hai gli occhi profondissimi e un sorriso bellissimo quando balli ai concerti. Mentre bevo un vino rosso e apro una fava in un giardino rubato ai vicoli, penso di baciarti a fondo, sfiorare il tuo vestito verde da prima primavera, per poi essere ricacciato in fondo alla solitudine, nel rifiuto - è una fiamma lieve, non vuoi bruciare tutta la cera subito, ti capisco, te lo leggo negli occhi profondi e persiani. Vorrei parlarti di tutto, soprattutto di quanto sono un disastro nelle relazioni, ma forse questo lo hai capito già, non sarebbe interessante, è un discorso fine a se stesso. Mi basta poter credere nella tua anima e nella tua pelle, con piena fiducia.
Poco prima del tramonto di un venerdì portai alla lavanderia della Fiumara il cappotto nuovo, nelle rughe della signora ho intravisto un sorriso lieve, ma tutto era stranamente imbottito di plastica, dalle persone alle luci, alle vetrine, come all’interno di un cotton fioc gigante. C’era un aria densa e confusa, come una nebbia di sogno, e il vociare delle persone all’interno del centro commerciale sembrava solo un vecchio eco dimenticato. La mia testa rimbombava come peggio dei peggiori hangover, o come dopo aver passato ore su tabelle di excel, a perdere la testa sui numeri - ho perso la testa per te. Vorrei accendermi una sigaretta mentre sono dal tabaccaio e fingo di non sapere come funziona l’iquos, sorridendo di rimbalzo ogni volta che la tipa spara aggettivi come “fantastico” “sorprendente” “innovativo”. Tenendo in piedi un sorriso stretto tra le guance, mi assento un attimo, metto il cartello “siamo chiusi” sulla fronte e inizio a ricordare la sera al bingo, l’espressione lavorativa dei manichini ingellati che ci lanciavano le cartelle, i numeri che rimbalzano, i vecchi disperati con la mano tremante e la biro blu in mano a rispettare il dettato della macchina roboante del caso per vincere. Numeri che ruotano a caso per il caso, lo schermo segue accendendosi in led rossi, qualcuno urla cinquina, la voce della ragazza si ferma un secondo nell’annunciare il prossimo numero, poi riprende, col volto e la voce montòni. Sono assuefuatto, la mia mente è azzerata, tutte le paranoie cancellate, ho la nausea. Esco un secondo sul terrazzo dell’hotel a respirare, la tipa continua a parlare dell’iquos.
Midori lo conduceva per mano con passo veloce attraverso le strette vie del quartiere, tra giovani allampadati coi pantaloni strappati e le giacche sgargianti, ragazzine con la faccia incollata al cellulare, a premere sullo schermo con unghie a motivi floreali, battendo le lunghe ciglia finte a unisono con il frame rate della cpu del cellulare. Vecchi uomini d’affari che uscivano da una serata con i colleghi completamente ubriachi, con le cravatte mezze sciolte e ciondolanti sulle giacche tutte uguali, tutte nere. Sorrisi e occhiali appannati dal vapore di un’emozione, di una carezza nella notte tra kichijoji e shinjuku, a inseguire i sensi e i piaceri che Antonio conosceva molto bene. Chissà cosa sta facendo Sara, ora, in questo momento, mentre lui segue questa ragazza incontrata da pochi minuti per le strade elettriche fatte di neon azzuri verdi rossi, sparate nel cielo di Tokyo alla velocità della luce, elettrodi persi nell’hangover di un domani. Un fervente religioso gesuita, come il peggiore dei venditori porta a porta tentò di fermarlo con un sorriso sussurrando “hey amico, sei credente?”, ma lo ignorò inseguendo il palmo della mano di Midori nella notte più profonda, scintillanti macchine sfilavano ora attorno a loro, la loro luce riflessa sui venditori automatici di bibite e sulle vetrine dei ristoranti, dove il cibo finto riposava nella sua estasi di plastica eterna.