Fellini

Anche oggi alla giudecca la luce filtra dalla finestra, studenti di cinese più piccoli di me sdraiati sul divano si accendono le canne la mattina. È la fine dell’inverno, amico mio, ti accendi una siga sul balcone di casa tua, abbiamo ascoltato Bowie e guardato Fellini tutta la notte, per terra, con il riscaldamento mezzo rotto. Io ci provavo con l’ennesima tipa, tua amica, laureata in antropologia, avevamo parlato la sera prima di Everything is Illuminated. Non dormivo da giorni, avevo dei tremori per tutto il corpo, mancava poco per la mia laurea. Amici di amici venuti da Milano, un po’ arroganti come me, un po’ hippies come te, coi capelli lunghi e ancora sporchi di polvere di biblioteche. Festeggiavamo la fine degli esami, con lunghe conversazioni che potevo vincere facilmente, prima che il mio cervello fosse fritto dai numeri.

Hai messo David Bowie durante il periodo di Berlino e si respirava l’aria forte di speranza dell’inverno che finisce. Alice preparava da mangiare, come sempre, sorridendo con gli occhi grandi verso di noi. Non sapevo da quanto tempo vi frequentavate, sapevo solo che non volevo che la mia migliore amica si facesse male. C’ero profumo di incenso nell’aria e all’improvviso qualcuno propose di guardare Amarcord, con del vino in bottiglia di plastica preso dal vinazzaro in campo santa marghe, con pochi soldi. A tratti, sbadatamente, lo versavo sul pavimento.

Non mi interessava il film, ti accarezzavo sotto la coperta di flanella, anche tu avevi gli occhi grandi, volevo dormire con te. Ricordo facce sfigurate di personaggi e poi ancora David Bowie, in sottofondo.

Ti rincontrai 3 o 4 anni dopo, eri tornato da Berlino e mi raccontavi delle droghe che avevi provato e del prendere le microdosi in Italia. Ti ho guardato preoccupato e anche Giulia mi guardava male, crucciata, con gli occhi da bambina ferita.

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