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40 days

Parte 1. NERO.

 

1.UN'INTRODUZIONE, UN SOGNO

 

18 Agosto. Cinema

 

Era un film orribile, non all'altezza degli altri della rassegna. Si alzò in piedi non badando agli sguardi per lo più distratti degli spettatori e si avviò verso l'uscita. Davanti alla biglietteria si girò un attimo, poi infilò una mano in tasca e frugando ne usci un pacchetto di sigarette dure. Un'altra sigaretta come tante altre, giorni grigi di marzo tutti uguali. E soffiò inclinando la testa all'indietro, un po' di ginnastica per il collo per un lavoratore sedentario come lui e centinaia di ore passate in ufficio a senitire quella megera sbuffare. Dai, Antonio, resisti, ha solo la menopausa, fa un lavoro più noioso del tuo.

Lei!

Io?

Lei!

Ci conosciamo?

L'uomo che l'aveva chiamato da lontano si avvicino con dei passetti precisi e veloci. La montatura ovale degli occhiali, i capelli con la riga di lato come andavano vent'anni fa, il naso rubicondo, di chi passa troppo tempo con il bicchiere in mano e troppo poco a dormire. I vestiti eleganti che portava tradivano ciò che era veramente e ciò che voleva dimostrare. Erano fin troppo eleganti: guardando gli occhiali annebbiati, i capelli un po' unti e la pelle secca si sarebbe subito dedotto che non avevano niente a che fare con lui.

No, non ci conosciamo. Volevo chiederle... le è piaciuto il film?

Ecco ci risiamo, un'altra indagine di mercato...

Perchè mi fa questa domanda?

L'uomo rispose con un grande sorriso, poi si grattò la testa per qualche secondo prima di rispondere.

Ero solo curioso, ho visto che è uscito dal cinema prima degli altri. Non le è piaciuto vero?

Eh in realtà l'idea di fondo mi era sembrata all'inizio carina, anche piuttosto originale, poi tutto è ritornato ai soliti personaggi stereotipati e mi è sembrato un po' stupido. Tutto qui. A lei è piaciuto ?

Alemo così siamo pari. Io dico la mia opinione e tu la tua.

No, guardi, io non sono qua per giudicare cosa è bello o cosa non lo è. Non sono bravo a prendere decisioni, la maggior parte delle decisioni che prendo è sbagliata...

Sì ma tutti abbiamo un'opinione su quello che ci succede attorno, o mi sbaglio?

Si si, completamente d'accordo. Assolutamente d'accordo. Sì, vede, il film, vede... l'ha fatto un mio amico. Sì, cioè... vorrei dire, che il mio amico è il regista del film.

Balle. Ecco la balla colossale. Perchè continuare a perdere tempo con un ubriacone? Eppure la cosa iniziò a divertirlo, soprattutto vedere quel signore di mezza età balbettare e farfugliare frasi a caso pur di nascondere qualcosa. Ma cosa stava nascondendo? Buttò la sigaretta per terra e decise di fingersi interessato.

- Davvero? Lei è amico del regista? Ma che persona è? Lo conosce da tanto tempo?

Eh si...già... una persona... normale. Sì, normale. Siamo vicini di casa io e lui. Sicuramente questo ultimo film non è all'altezza dei suoi più grandi classici, come La Grande Campagna e il Cielo Rosso, però devo dire che è sempre molto bravo. Mi piace molto.

Ah! Vede che adesso è riuscito anche lei a dire la sua? Mi sembra naturale che una persona dica quello che pensa. A lei no?

Ehm... si, sarà...

Inizio a guardarsi in giro, agitato, poi guardò l'orologio alzando il braccio in modo meccanico e allargò gli occhi sorpreso.

Scusi, ma si è fatto tardi! Devo proprio andare ora! E' stato un piacere conoscerla.

Ah non si preoccupi. Sì, anche da parte mia.

Ecco qua un biglietto da visita. Magari se ha voglia di uscire e continuare la nostra conversazione mi chiami pure, eh?

E se ne andò via all'improvviso. Antonio guardò i tabelloni degli orari del cinema. Mancava ancora un'ora alla fine del film. Perchè avrebbe dovuto chiamarlo? Sembrava un persona abbastanza noiosa.

E lui era stanco di persone noiose.

20 Agosto. Pioggia

 

Gli altri ricostruivano la propira vita attorno a stereotipi già sedimentati.

Quando il sogno si palesò nella sua immensa rabbia, come la testimonianza delle parole che aveva voluto dire, dell'amore che aveva voluto comunicarle, del silenzio che invece le aveva regalato, la complessità e la gestualità del suo animo furono scosse da incertezza già conosciuta, da desideri mai soddisfatti, dalla consapevolezza più grande ed empia di una verità che non aveva mai conosciuto.

Antonio passava gran parte delle sue giornate a letto a leggere stronzate. O su internet a vedere quello che facevano gli altri. Era venuto in quella città con la speranza di ritrovare gli amici di un tempo, di abbracciare lei, di staccare dalle ambizioni degli altri, che pian piano, incosapevolemnte, era diventate le sue. Si era aggrappato alla vita come un esercizio di crudeltà verso se stesso.

Lei pian piano era stata assorbita dagli impegni di lavoro, lui aveva perso la voglia di vivere.

La mancanza di coraggio verso la vita si accentuava in maniera sempre più marcata, con gli occhi che trattenevano il sapore di ciò che aveva perso, o che aveva voluto perdere.

Alzarsi dal letto per andare a vedere qualche film al cinema, bersi un caffe da Sarti, aver dimenticato come si guidava una macchina, aver paura di viaggiare.

Va sempre di moda dare la colpa agli altri, va sempre di moda dare la colpa alla superficie.

Per scrivere ci vuole molto coraggio, bisogna avere la voglia di battere la disillusione verso se stessi, bisogna amarsi molto. Sperava un giorno di farsi licenziare, mandare al diavolo la megera e aver tempo di raccontare qualcosa.

 

Parassiti cinquantenni, l'Italia ai primi posti per la spesa pubblica per mantenere i vecchi. I vecchi, non i giovani. I vecchi sono il futuro, il passato, il presente. I giovani sono viziati, stupidi, pigri.

Frasi sentite ovunque, stereotipi che diventavano assiomi su cui scrivere la propria esistenza.

Eppure, come in altri suoi amici, la rabbia non era mai nata, forse per paura che fosse vista come irriconoscenza verso tutto ciò che avuto, verso tutto ciò che gli aveva permesso di vivere una vita agiata e senza problemi. Cosa volete, siete viziati, ai miei tempi....

Ed erano emigrati, quasi tutti i suoi amici. Senza rabbia, senza odio vero. Solo consapevolezza, accettazione di un dictat arrivato dall'alto, che era così e non si poteva cambiare

 

Quel giorno sognò Seattle. E guidava e imparava cose. Era iscritto a un corso di lingua con Sara, ma doveva scappare. La città era nera e verde, lui stava cercando una spiaggia. Presto si ritrovò a ridere dopo aver batutto il petto contro un onda del Pacifico, con amici che non aveva già visto, ma che avevano la violenza negli occhi. Era tutto ricostruito alla perfezione, la sede della Nintendo era diventato un luna park per bambini con i denti sporchi di zucchero filato, la città un utero nero di paura, il verde del mare un deserto che voleva abbracciare, capire, come una donna che non si vuole lasciare amare. Ma sognò di droghe strane, di dormire in macchine guidate da nessuno in una città che non conosceva, di feste malate e oblii indotti artificialmente, nel misticismo nebuloso del sogno. Stava litigando con Sara sui programmi dell'ultimo giorno a Seattle, c'era una maga nera con una sfera nera, come tutto il resto, e...

Mezzogiorno. Si svegliò rigirandosi per vedere il suo fisico ossuto e un'opulenza che non aveva mai vissuto. Sara era già andata al lavoro, il casino in stanza come al solito, il suo profumo nell'aria.

Non capì il perchè ma si ricordò del tipo strano che aveva conosciuto la settimana scorsa al cinema e, con nelle labbra secche ancora il sapore salato di un mare che non era il suo, decise, con una strana sicurezza, di chiamarlo. Nell'ebrezza del sogno, aveva voglia di sapere di più di lui, non del film mediocre.

Ci pensò. Dall'aspetto sembrava un negoziante di periferia, di quelli che competono con i bangla vedendo frutta e insalata in strada, poi d'estate se ne stanno in terrazzo con la canottiera ad aspettare che la moglie prepari la pasta. Un giro in bicicletta, ogni tanto una partita a carte con i vecchi compagni di un tempo. La sera la tv.

Stereotipi perfetti, quasi plasmati da modellini inaffidabili dettati da demiurghi accondiscendenti, con la barba finta e gli occhi pazzi.

Ma tristemente realisti, tristemente ancorati alla loro quotidianità, all'umore condizionato da piatti di pasta, alla spensieratezza di giorni tutti uguali, di un vino cattivo che col tempo diventa buono, dalle rughe sempre più profonde di una moglie. Io non so più chi ho sposato, dicevano tutti. Alcuni poi perdevano tempo su facebook ad adescare ragazze liceali.

Tristementi veri, trsistemente imperfetti, sicuri del domani, cresciuti nella libertà del poter fare, del poter essere, dell'energia di un'economia forte, di un paese che ancora ci credeva.

Divisioni manichee, gli chiavi e gli sfruttati, i colonizzati e i colonizzatori, gli aristocratici e la plebe, bene e male, giusto e sbagliato. Era tutto sbagliato. Era così che pensavano che fosse, e cosi era diventato.

Sorridendo mestamente, buttò un the sul fuoco – di quello buono, che Ulrich aveva regalato a Sara, quel genmai dal sapore tostato, ma Sara era sempre contraria "perchè il the con questo caldo" "e i beduini nel deserto?" "quello è the giapponese, non sei un beduino" "io sono chi voglio essere" io non sono nessuno, omericamente parlando, io non sarò mai chi voglio essere "come sto così? si vede che è una canottiera?" "no, stai benissimo Sara" – e si prese la calma di accendersi la prima sigaretta della giornata.

Sotto l'effetto assuefante del tabacco, finalmente si decise a chiamare il signor signor... "Manfred Garris", così recitava il biglietto da visita, in un'helvetica da cartelloni pubblicitari. Poi, con sorpesa, "Professore universitario". Gli venne in mente la sua odiosa tendenza a categorizzare tutto e stereotipare, mentre la sua curiosità aumentava, senza un pizzico di nervosismo.

Chiamò il Professore. Il telefono suqillo per una manciata di secondi, poi una versione più macchinosa della voce che aveva già sentito la prima volta incomincio a parlare:

Pronto?

Si pronto, sono il sig. Hoss, ci siamo già incontrati la settimana scorsa al cinema.

Hum... Ah si! La ricordo molto bene! Come sta? Ha guardato altri film di recente.

Fin troppi, Professore, fin troppi. Vede, non faccio altro che guardare film.

Si, sto bene grazie. Di film, si, ne ho visti alcuni di recente.

Molto bene, molto bene. Perchè allora non viene a farmi visita, sa, il regista del film che non le era piaciuto...

Il vento nelle segrete

Si, proprio quello, vede gli ho parlato di lei, sembra entusiasta, la vuole conoscere.

Vuole conoscermi? Ma se neanche il Professore mi conosceva, avevamo solo avuto una piccola conversazione...

Come le ho già accennato – continuò – il regista è mio vicino di casa. E guarda caso mi ha invitato a cena martedì. Vuole venire?

Un invito a cena a casa di sconosciuti, tra l'altro non suoi cotanei, era l'ideale per ripartire alla grande con la vita sociale. Ma cos'era succeso? In poco tempo gli balenò in tempo l'emigrazione di massa dei suoi amici, o l'isolamento reciproco, che era diventato uno dei pochi rifugi per una noia appiccicosa. Erano scomparsi tutti.

Non poteva che accettare. Da quanto tempo non aveva ricevuto un invito a cena? Poi la faccenda si faceva interessante, il Professore iniziava a stargli simpatico e dalla sua apparenza – l'apparenza inganna, l'apparenza inganna! - sapeva che niente avrebbe portato a conclusioni horror, almeno nel suo caso. Era già successo altre volte, di andare a cena a casa di persone praticamente sconosciute, ma sempre della sua età, più o meno. Era brutto dirlo, ma non aveva niente da perdere.

- Sono felice di accetare l'invito, ma è sicuro che non disturbo?

- Macchè disturbo!? Faccia una cosa: porti una bella bottiglia di vino almeno ha la coscienza apposto, va bene?

E scoppiò a ridere. Era la prima volta che lo sentiva ridere. Era una risata goffa e acuta, priva di eleganza, sconnessa dalla realtà, ma controllata, già sentita mille volte, si addiceva a una personalità semplice e piatta. La risata di un fruttivendolo che ha appena venduto più frutta dei bangla.

La risata di un muratore del Regno Unito, di un pescivendolo a Tokyo. Una risata da rivoluzione industriale, popolare, proletaria, che sa di facce cotte dal sole e sudore.

 

Riposando in pace, you are there, cercare di raggiungere l'essenza attraverso il Giappone, crescere, scappare, porre le basi per la propria indipendenza intellettuale, fisica, spirituale, economica. Ricercare l'essenza, l'essenza, il tremito dell'assoluto, la verità del momento, i contorni di un istante già finito, troppo tardi per dire addio, verità nascoste, passi gelidi nell'oscurità, la nebbia che avvolge i nostri destini, la forza dei tuoi occhi inespressivi, l'amore del tuo sorriso, la pace nei segreti che nascondi, il freddo d'inverno chiudendo gli occhi e la neve, la musica dei nostri film, le lenzuola sottili e la fine del mondo, l'odore di carta di giornale e panini della mensa, il colore profondo del caffè la mattina senza occhiali, l'erba che sa di pioggia sporca e nuove chimiche, persone che parlano a un bar, I seminari durante I quali vorresti dormire, l'orgasmo nascosto del porno del giovedì, gente che ignora il mondo fuori, l'inchiostro buttato su fogli degli appunti, I vestiti sporchi chiusi un cassetto, l'addio agli insetti del bagno, l'ubriachezza a una festa, il sapore dei biscotti a poco prezzo di Morrison comprati con gli altri coinquilini, i soldi che dovevi restituire e hai dimenticato, le impronte del tipo inglese sul pavimento della doccia, lo spazzolino troppo piccolo per lavare I denti, l'ipod che hai dimenticato nel cluster e non hai più ritrovato, l'accento delle donne della mensa, le banconote scozzesi senza un valore effettivo, edinburgh, gli uccelli che cantano anche di notte.

Ritrovarsi a piangere seduto sugli scalini del Washington Hotel di Shinjuku, davanti alla fermata dell’autobus per Narita, non è stato uno dei momenti più felici della mia vita.

Iniziò anche a piovere, tanto che le lacrime si confondevano con la pioggia e il rumore della città senza sonno si perdeva nel frastuono dei ricordi. Avevo gli occhi stanchi e la testa indolenzita dalle ore di veglia e di promesse senza gambe, inconsistenti come il cielo vuoto e freddo di quella città e il destino che ci aveva osservato dall’alto. Avevo sempre fatto attenzione alle parole che avevi detto in quella lingua che stavamo studiando, le avevo imparate come formule magiche da pronunciare decise e solenni per incantare ed evocare fantasie. Ero nervoso e agitato, percosso da una spinta che mi buttava a terra e bruciava tutto. E anche l’anello di pelle che mi avevi regalato era bagnato. Stava fermo attorno all’anulare, testimonianza che rimaneva poco, ancora poco.

Continuavo a guardare l’ora sul cellulare, cinque e venti, cinque e venticinque, cinque e trenta... speravo che l’autobus arrivasse e mi portasse via, che mi sbattesse dal basso come un’immensa sveglia. Tutto composto e in ordine, l’unico giapponese incontrato che parlava bene inglese mi spiegava, nella sua uniforme di schiavitù yankees, come ritirare i bagagli una volta arrivato in aereoporto e quanto pagare. Il discorso era semplice, in un inglese primitivo, ma io non prestavo attenzione. Attraverso tutta la pioggia che avevo raccolto continuavo a imprecare contro la vita, contro tutte le cose che non potevo dire e il silenzio obliquo che mi circondava.

E in quel momento capì che Tokyo mi era entrata dentro e ogni volta che la pioggia avrebbe bagnato il mio viso avrei ricordato ogni pietra, ogni anima, ogni segreto che quella città custodiva e io avevo sfiorato, per un secondo almeno...

 

Sono le 3 del mattino e sono sdraiato sul divano di casa mia. Oggi ho ucciso tre zanzare, ma l’apice della giornata è stata quando ho scoperto che hanno messo lo sconto sui barattoli di yogurth da mezzo chilo. Amo lo yogurth, è una specie di dipendenza . Non ho voglia di accendere la tv, dovrei alzarmi in piedi, cercare il telecomando e trovare un programma stimolante. Ma ho perso interesse anche nella televisione, non che l’abbia mai avuto. Ieri ho riguardato l’album di foto che mi avevi regalato, quelle con sopra appiccicati quei pezzi di cartoline a 100 yen che avevamo comprato insieme nel negozietto all’angolo di Shimokitazawa. Quel giorno avevo veramente scazzato col mio compagno di stanza e ti ero venuta a prendere al lavoro a Shinbashi. Un rapimento ben organizzato. E anche quel giorno pioveva. Ho sempre odiato Tokyo con la pioggia. E’ ancora più grigia di quanto lo è normalmente. Adesso squilla il telefono. Dovrei alzare il culo dalla poltrona e andare a rispondere. Il trucco è far finta di niente e aspettare che smetta da solo. Sarà Maria. Continuo a pensare a quel negozietto di Shimokitazawa, con i suoi cd di gruppi indie sconosciuti e i libri su come uscire dalla depressione post-postmoderna. Ma la cosa più bella erano gli orologi fluorescenti a forma di cubo di rubrick. Un orgasmo retrochic che non potevi non portare a casa. E io non l’ho fatto. Uno dei miei più grandi rammarichi. Se ne avessi comprato uno in questo momento avrei un diversivo per le mie giornate immobili. Mi alzo e rispondo al telefono. Chiaramente, Maria.

Eccoti.

Eccomi.

Dieci squilli.

Già.

Ci vediamo dopo a Shibuya?

A fare che?

Un giro. Devo parlarti. E’ tanto che non ci vediamo, no? Mi sto trasferendo di nuovo e devo ancora venire a prendere un po’ di roba che avevo lasciato da te.

Deve fare il punto della situazione. Lo sapevo. Arriva inspiegabilmente un momento in cui la tua ex compie trent’anni e deve fare il punto della situazione sulla sua vita. Alcuni lo chiamano bilancio esistenziale, io lo chiamo vedere se ricordo quali cd ho dimenticato a casa del mio vecchio ex. Comunque, nonostante tutti i litigi che avevano accompagnato i ricordi degli ultimi anni, lei restava la mia ex, una fotografia sbiadita di un tempo in cui ero felice insiemea lei, una testimonianza che rimaneva sopra tutto e tutti, sostenuta da una superifice invisibile, quella superficie che avevamo chiamato amore. E quasi sembra che nella mia mente le parole cambino di significato e valore ogni anno che passa, formando delle stupide e inutili classifiche. E “amore” negli ultimi anni era sceso molto in basso. E mi son ritrovato ad aver paura a dovere sentire, dire o pensare alla parola amore, forse perchè si ha sempre paura di ciò che si amava un tempo e ora non si ama più.

Presi una birra dal frigo e andai in bagno. Anche la mia faccia cambia. Non ho voglia di restare qui, non ho voglia di imparare altre menzogne sulla vita.

 

E la risata del fruttivendolo si fermò nell'aria, come un aquilone dai colori candidi, sotto un vento costante.

Si, Professore, accetto la sua proposta - rispose Antonio con fermezza

Eh, guardi che la sto invitando a cena, non le sto dando dei consigli su come investire – e esplose di nuovo in quella risata abitudinaria. - bene allora, l'aspetto alle 8 in Via Santilli, non tardi eh, il regista è un tipo un po' eccentrico e potrebbe non farla entrare se arriva con 5 minuti di ritardo.

Davvero?! - Antonio era basito. Ma dove stava andando a cena?

No no, stavo scherzando, però una volta è successo davvero ! Al nostro amico copywrighter, Gianni.

Ho capito. Vedrò di non tardare allora. Grazie ancora dell'invito. A martedì.

Bene! Benissimo! A martedì allora, mi raccomando la puntualità!

La puntualità. La megera si lamentava di continuo della sua puntualità. Non era colpa sua se dopo le 2 del mattino Sara aveva la brutta abitudine di precipitare in discussioni fataliste, altamente paranoiche e del tutto scollegate tra loro, che finivano con una serie di accuse verso Antonio e dubbi sull'amore ricevuto. E dopo poche ore doveva trovarsi in biblioteca davanti a un computer con le occhiaie profonde e lo sguardo inquisitorio della megera, che, con il tempo, era diventata abbastanza accondiscentente a quelle mezzore perse di lavoro. Nessuno si svegliava alle 8 per prendere libri all'università, quindi c'era ben poco lavoro da fare a quell'ora.

 

 

2. Ponti

 

25 Agosto. Occhiaie

 

L'iside, l'iride. La paura e l'inganno.

Venezia violentata in poche parole

l'acqua e il sogno emerso.

L'acqua e la resurrezione.

La paura e l'inganno.

Dimenticare.

 

Quella sera aveva dimenticato di farle le auguri, ma era andato alla sua festa comunque.

Le era piovuto in casa con la bicletta, con lo sguardo verso l'altra, nel vuoto piccolo e ridicolo.

C'è chi merita molto poco dalla vita. Restava ad ascoltare il parlottare confuso dei soliti gay al tavolo, alcuni erano suoi amici, altri non li aveva mai visti. La star sul palco e la non attratività del cielo. Il movimento confuso dei vecchi, anche loro al tavolo. A loro non viene negata la giovinezza.

(Drammi sociali sulla politica. Italia paese della politica, la precedente successione di imperatori al trono dell'inganno e della perdita di coscienza. La paura e l'inganno.

Uccelli si perdono nel cielo d'estate nero di menzogne. Si vive bene, si vive male qui. Bisogna emigrare. I gay iniziano a scherzare sui cazzi, sulle orge, altre tivialità prive di senso, connotati linguistici e segreti senza paura, collezioni di cristalli da poco conto, storie raccontate male in vecchi libri con copertine di muffa, telefoni abbandonati come discorsi che non si vogliono più continuare. Nessuna sorpresa, una vita in fabbrica, lauree come obblighi sociali. Sorrisi falsi di professori inutili, baroni dell'università ancorati ai loro 6000 euro al mese. Poche speranze per poca gente. L'emigrazione e la fatica. Il vuoto e Tokyo. Tokyo amplificava tutto. Vecchi che parlano al bar, la morte che arriva nei loro occhi, una vita lottata. Boomers che non accettano le rughe, la felicità dei loro sorrisi di butolino, la stoltezza dei loro seni rifatti, la precocità dei loro giudizi acerbi..

Non rimaneva che aspettare, con la bocca impastata di catarro e odore di marcio, in un paese già marcio, già perso e già inutile, già mangiato, già finito, già in preda a una lenta, sicura decadenza. Moralità ed elite, legami indissolubili, le poche smorfie nei loro visi, il compiacersi di essere vittime, più facile essere vittime che carnefici. Le selezioni sono previste per il 9. La graduatoria non uscì mai, il vecchio col bastone bianco non aveva paura di indicare ciò che non vedeva. La graduatoria non uscì mai. Come con la Costitutzione del Giappone del 1946. I lavori erano già in corso, si saperva già. I soliti raccomandati, la solita feccia. Alvise.

 

Alvise: lui ha la faccia grezza e rude da pirata veneziano, l'altezza di un metro e ottanta, fuma marboro, la sera cerca americane ubriache, con la rabbia di uno che una vita di lavori ereditati – gestisce infatti il negozio di maschere San Polo – non ha dato. Quando può esce col barchino con le luci al neon e la musica tamarra, mentre nei pomeriggi più ovattati si dedica allo studio del marketing. Un zio un giorno lo chiamerà per lavorare nell'azienda di famiglia. O alla Camera di Commercio di Venezia.

 

Quel giorno portai Proto e Sara a Mestre. The white lady loves you more - Elliot Smith. Proto doveva cercarsi un lavoro, lo portammo alla Coop culture dove aveva già lavorato Sara. Il posto faceva cagare e la gente era ridicola, con il loro fare impiegatizio da ragazzine che volevano essere escort in un futuro prossimo. Ma a cos'altro dovevano aspirare?

Comunque chiamarono Proto dopo un paio di settimane per la Biennale.

Sara invece era andata a ritirare i soldi, con poca pazienza, tant'è che ci abbandonò alle Barche ad aspettare che finisse di piovere, mentre lei correva alla banca più vicina a far cambiare un assegno.

Fumammo una sigaretta in silenzio all'entrata del centro commerciale mentre osservavamo la pioggia che si abbatteva sulle macchine e gli autobus che passavano di lì. In pochi giorni sarei partito. E finiva così la nostra convivenza universitaria e post-universitaria. Sapevo che avrebbe continuato a starsene lì, chiuso in camera, con il suo nichilismo, ad aspettare che qualcuno lo tirasse fuori, a giocare ai videogiochi, guardare video su youtube e stare vicino alla sua ragazza.

Io ero molto più egoista. Io me ne stavo andando. E Sara lo avrebbe digerito solo dopo un po', o forse non l'avrebbe mai digerito.)

Cavalli bianchi che ballano con la musica di Mozart, che pena.

Dai, sono simpatici

You wake up in the middle of the night.

I gay continuavano a parlare della loro segregazione, dell'olocausto gay, della perdita di coscienza collettiva e altre stronzate del genere. Intanto mi arrivò una fetta di torta.

 

Poi le pareti sono solo pensieri e le maniche delle giacche diventano troppo corte. Ti guardavo bere il the alla finestra, con dietro la piccola coorte ricoperta di neve. Il richiamo della pazienza di amare, passi neri di gatto nero sulla neve, il suo miagolare all'improvviso, netto come la luce dell'alba.

E vuol dire solo che non sei riuscito a dormire un'altra volta.

Se i sogni sono la cosa più importante per scrivere – me l'ha detto Alex, spesso mi dà fastidio il riflesso della luce sui pulsanti neri del laptop di notte, fastidio agli occhi. Un fastidio, una carezza docile di luce, come i tuoi occhi persi nel vuoto - i sogni rimangono ancorati al tessuto plumbeo del destino.

 

La storia con Sara è finita, rimane il the che ha comprato quando è venuta qui, prima di litigare di nuovo per paranoie reciproche, sopitamente insincere, orgogliose, fecondate dalla volontà di autoassoluzione, di autocolpevolizzazione, residue della pioggia d'inverno, dei libri di francese consumati, di foglie di venezia senz'alberi, di piogge abbatutte su sagre inesistenti, facce di canetti dagli occhi buffi, di vestiti a fiori e perdite di coscienza, di regali insoddisfatti, di lacrime di perdono. Tutto insabbiato dalla grandezza dell'io.

 

6 Settembre. Lettera

 

Pioveva a Mestre la stessa pioggia serafina della notte, pioveva rassegnazione, addosso ai pensieri, alla grandezza del giovane, al fresco d'estate, pioggia d'un autunno acerbo dimenticato, ma già saturo, stanco e con le occhiaie.

Devo uscire, devo prendere l'autobus per andare dal Professore, la confusione, il ritardo. Dovevo finire la lettera, avevo speso tutti il pomeriggio e sentivo il bisogno di mandargliela, prima di mandarla a quel paese. Scrivere tutto cio' che pensavo, fare rumore prima di sbattere la porta e uscire dalla sua vita, uscirmene con stile:

 

 

Cara Sara

Ormai faccio parte del tuo passato? Non cercare giustificazioni, rimane solo una grande tristezza vivi nei miei sogni, ormai stamattina non avevo alcun motivo per alzarmi dal letto.

La cosa più difficile è il non capire perchè dopo tutto quello che mi hai fatto e mi stai facendo continuo ad amarti continuo ad aver bisogno di te. Poi c'è da parte tua sempre il paradigma dell'autoassoluzione tramite l'accusa dell'altro, un po' caccia alle streghe. E' interessante, è terribile allo stesso tempo, un po' all'Antichrist, quando lei accusa la natura per autoassolversi dalle sue colpe di malata mentale, se ricordo bene questa era la direzione voluta dalla tua lettura del film, mentre io ero più in linea col personaggio stesso.. Paradossalmente credo che questo atteggiamento sia insito nella natura possessivoprimitiva dell'uomo, artificiosamente definita come amor proprio, una cosa che a me manca molto di recente.

Ed è per questo che ti mando messaggi pietosi, chissà Gianni se è in grado di fare sti ragionamenti dall'alto della sua retta da 10000 sterline della Soas. La gelosia si fa sentire a volte, è un sentimento malato, quasi allo stesso livello dell'amore. Potrei fare un elenco di tutte le cose negative che ho subito da te e non rinfacciato. Sarebbe comunque più corto delle cose belle che ho fatto per te – eccoci qua: questa è la fase che io chiamo scontrini\pagamenti, come quando arrivi alla fine di una cena, vedi lo scontrino, c'è quello che vuole buttarsi a pagare il contro per gli altri, per far vedere che vale di più, chè è più buono, bravo e ricco, con gli altri intorno che litigano con l'onore offesso – ecco è come il pagamento degli scontrini o delle cene, del conto. Io non voglio vincere e non voglio perdere, ti ho ripetuto troppe volte che odio aver ragione, perchè odio l'idea stessa di ragione, di uno che debba aver ragione sugli altri. E' come il concetto di normalità, cos'è essere normale? Atternersi al mainstream, alle regole, alle forme dettate dalla massa. L'ultima volta sono andato via senza pagare il conto. Non si fa, dicono. Il conto si paga sempre. Ed è per questo che voglio dirigermi verso una vita minimalista, esattamente il contrario di quella che vuoi tu.

Allo stesso tempo parlare dell'amore unicamente come desiderio di possessione mi sembra un'altra inutilità di quei positivisti che cercano di sminuire il romanticismo 800esco che a te piace tanto e che a volte fa comodo.

 

"Misuri tutto e fai elenchi e allo stesso tempo neghi di dare valore a questo criterio di giudizio nelle relazioni." dice lei

 

Perchè "io sono romantica", tradotto come "mi annoi perchè non hai voglia, soldi, entusiasmo per portarmi via e adempire ai miei bisogni di bambina viziata" è solo una scusa, assimilabile al gruppo ontologico dell'autoassoluzione e indice di noia esistenzionale.

Mentre Goethe scriveva delle seghe mentali del giovane werther, minatori morivano nelle miniere per sfamare gli aristocratici annoiati, già protagonisti di quel capolavoro della letteratura mondiale.

 

"La generosità dei sentimenti è qualcosa che c'è in una persona o no. Potevi essere romantico, ma avevi paura forse. Il tuo orgoglio o che altro faceva in modo che ti trattenessi con me" dice lei.

 

 

Quando non riesci a dormire non è una bella cosa. Ti svegli la mattina con gli occhi stanchi, la testa che rimbomba come un'organo in una chiesa preromanica, la gola secca e contaminata dalla mancanza di ossigeno. Il nondormire non è bello. Le ossa e i muscoli fanno male. Chissà perchè è tutto teso e stanco, accesso e spento allo stesso tempo.

Potrei descrivere la mia relazione con Sara in questo modo, un'eterna tensione tra l'acceso e lo spento dell'universo.

 

Poi facciamola finire così, con una lamentela finale:

 

 

Non ho più niente da dire. spero che tu capisca quello che ho detto, perchè riflette quello che penso e provo. tu non mi ami, o sei troppo orgogliosa per ammetterlo - io sono quello orgoglioso eh ? - è meglio che stai da sola, non voglio altre illusioni, voglio ripartire da capo. Sono strisciato da te, mi manchi, ma ho trovato solo un muro, la tua insensibilità. La tua totale mancanza di fiducia in te stessa e negli altri. Ho provato, tante volte. Non puoi dire che non ho lottato, questo no. Io ho sempre lottato per ciò che volevo.

 

 

 

Corro, mi chiamo Antonio, corro sotto la pioggia. Gli edifici sono grigi. Anche il cielo è grigio.

C'è tanto fiato corto e la giacca è stretta, toglie il respiro. Canti di sirene e albe senza fondo. Corriamo verso la fermata dell'autubus, un invito a cena, una cena.

La strada è vuota, il cielo è grigio.

Ho poca voglia di andare a questa cena, continuo a ripensare alla lettera, è stato un errore. Domani cancello tutto. La città e il suo obliquo adagiarsi nella comunità, nello stare insieme, nel soppravivvere nella pancia del Leviatano, segreto adagiarsi nel seno vuoto della notte, allattandosi alla finizione delle luci elettriche. Dovevo prendere la metro, la metro è più veloce.

La folla si era insiedata lì, nella confusione impaziente della partenza, vicino ai cartelli rettangolari appesi. In uno una ragazza pubblicizzava una crema abbronzante, in un altro veniva annunciata l'apertura di un centro commerciale.

L'autobus arrivo' in pochi minuti, con un cigolio di plastica battuta sul cemento e ruote bagnate.

Antonio sprofondo' nel sedile, circondato da vetri appannati e il solito odore tumefatto di tessuto sporco. Ripenso' a Sara, alla lettera che aveva scritto, alla pazienza che entrambi avevano dimostrato l'uno verso l'altro, per poi essere seguita dalla rabbia, incomprensione e il profondo orgoglio. I vetri appannati gli ricordavano quanto avesse bisogno di vedere la realtà, abbracciarla, stringerla e capirla, conoscerla come si conosce il corpo di una donna, nel profumo della notte.

Ma da quando Sara se ne era andata era giunta una confusione di un'autismo inspiegabile, distante dalle entità reali, vaporoso nella perdita di obiettivi. Si era adagiato nel soffice utero dell'esistenza, con la paura di sfiorare il pericolo, cullato dalla perfezione dell'assenza.

Chiuse gli occhi e inspirò quell'odore tumefatto e umido d'autunno.

Era circondato da ragazzini dalle facce purpuree, con addosso i zaini dell'invicta di scuola. Tornavano dal rientro, forse dalle ripetizioni di matematica.

Ricordà quando andava alle ripetizioni dopo il liceo da quel tipo inutile, rimaneva scioccato tutte le volte che entrando trovava davanti a se la bibbia aperta nel tavolino dove avrebbe poi affrontato gli integrali.

Antonio si era stancato di tutto, l'aveva lasciata a Marzo, Sara, dopo che la loro relazione si era trascinata come un cadavere spinto in mare e lasciato sprofondare lentamente.

Lei si era comportata male, l'aveva tradito per una sciocchezza, là nel regno mentale, dove c'erano zone di bassa pressione e paranoie torbide.

Non faceva freddo quel giorno di inzio Settembre, ma molte persone avevano lo sguardo rigido, indurito dalla consapevolezza che l'estate era finita. Le strade erano vuote, illuminate a stento dalle luci dei palazzi e dai lampioni opachi. Poco rimaneva delle caldi estati dalle giornate lunghe e senza sosta, ubriache e fresche di vento e mare.

Ricordò quella giornata in barca, l'estate stessa nella laguna di Venezia, con Sara e i suoi amici. Pietro e Matteo avevano portato la barca lontano dalla laguna, verso la zona balneare, e s'erano buttati a mollo subito dopo averla fermata. Antonio aveva paura del mare, della sua terrificante immensità, dell'ignoto, dell'acqua dove la vita è nata. Pietro, Matteo, Sara e Francesca si erano buttati, lui era rimastro a bordo, lanciando lo sguardo dalla barca fino all'abbagliante orizzonte, dove il cielo si univa al mare, in quell'indistinguibile menzogna che è l'universo tutto.

- Dai buttati Antonio, si sta bene!

- Non fare il solito e divertiti una volta tanto – Sara aveva sempre paura che non si divertisse abbastanza, che non godesse a pieno della vita. Antonio era dominato dalla paranoia che l'avrebbe annoiata, con la sua ignavia, col suo atteggiamento antisociale. Certe volte bisogna provare a...

L'autobus si fermò di colpo, ma non era la sua fermata. Una ragazza aveva fatto una corsa disperata sotto la pioggia e ora entrava goffamente incespicando negli scalini dell'autobus.

Per carità, carina.

Ma sopracciglia troppo spesse e marcate, troppo evidenti. Nere sotto quella cespa di capelli biondi bagnati e arruffati. Occhi vispi e giovani, di chi sa distinguere il bene dal male, ma con lo scherzo tipico delle regazze cresciute in campagna e che hanno scoperto i desideri della città e le sue leggi. Portava una cartella con tanti fogli disordinati, poteva intravederlo dal suo sedile, con un po' di pazienza, forse la testimonianza di qualche storia persa per strada, di qualche amore ricoperto dalla sabbia dell'estate.

Sembrava tranquilla, nonostante la corsa e l'affanno di sospiri lunghi per arrivare lì. Raccolse in breve le sue cose e sprofndò nel sedile davanti ad Antonio. I ragazzini erano scoppiati a ridere alla visione di quella macchia arruffata di oggetti e capelli e sospriri. Lei sembrava non farci caso. Tirò fuori dalla borsa delle enromi cuffie blu e si abbandonò alla musica.

Ormai mancava poco all'indirizzo del Professore.

 

6 Settembre. Treni

 

 

Quando ami una persona

non ami il suo fantasma passato

 

Il treno rappresenta il cuore, l’organo, la discesa. Sogni di occhi aperti e di orologi nel cassetto, segrete dal sapore senziente della notte. Cadi nel buio del treno, nel viaggio notturno di galleria, tra montagne nebbiose e l’innocenza dell’uomo. Cadi nell’occhio acceso del silenzio, il rumore delle rotaie, il cigolio dei binari, il risalire lento e vertiginoso verso il nucleo della montagna. Dal mare al cielo, un respiro lento, una vertigine meccanica, premeditata. T’arrendi al cielo, quasi, quando rientri nella pianura delle valli, nei canti vacui delle montagne dell’ozio cristallino. E il silenzio.

Si risveglio’ con la faccia incollata al finestrino, la luce accecante gli provocava dei fremiti di seta sottile, il fastidio del risveglio. Ecco l’eco del giorno, nell’immensita’ delle montagne, nella volonta’ di dimenticare il mare e ricordare la fuga, le ragioni, la necessita’ di riposare nel futuro sconosciuto.

Ecco la grandezza dell’ignoto, le possibilita’. Anelare le prigioni, le gabbie dorate, situazioni d’ozio e rabbia costruita, quei 30 minuti di passeggiata prima di rientrare in galera. Descriveva cosi i weekend che spezzavano il tempo trascorso nella vecchia azienda. Il tempo guadagnato per acquistare il tempo.

Si sveglio’ con il suono troppo alto delle cuffie della ragazza davanti a lui.

Sembrava che stesse ascoltando gli Slowdive - Golden Hair, forse.

Si era addormentato nell’autobus che ricordava il treno, che ricordava la terra. Le montagne scomparvero davanti agli occhi. Di nuovo la citta’, l’autubus, i vetri appanati, il suono sordo del motore.

Chissa’ cosa stava ascoltando. Sembravano i Drop Nineteens, dalle ondate di rumore e dalla voce del cantante. Non importava. C’era qualcosa in quella ragazza che l’aveva colpito, non era il disordine che emanava, il docile adagiarsi della sua testa all’indietro, col collo candido che usciva dal bordo della giacca. Erano gli occhi furbi, intelligenti, con la luce e l’energia impari dell’essere giovani, ma con in tasca le ingiustizie del mondo.

Antonio realizzo’ che era la sua fermata, la fermata del Professore

Tu non hai bisogno di una ragazza, ma di uno psicologo. Diceva lei.

Lascio’ perdere la ragazza, si alzo’ e si affretto’ verso l’uscita per poi buttarsi in strada.

Anche lei scese a quella fermata. Coincidenze.

Prese il cellulare e controllo’ in una nota il nome della via. Era due isolati da li, vicino al vecchio quartiere ebraico. La zona era una delle piu’ vecchie della citta’.

I palazzi ottocenteschi anneriti dal tempo si lanciavano contro il cielo anelando al loro passato. Piu’ in la’, in fondo alla strada, c’erano delle rovine di una sinagoga, che i sovietici avevano distrutto negli anni 70 per far spazio al ponte. Ruderi di palazzi e ruined bars dalle sedie rotte abitavano quelle vie, fornivano nascondigli dal lustro e lucido metallo del centro citta’. Anche gli alberi e le statue erano lasciati a loro stessi, avevano assunto figure grottesche, di animali leggendari, di grovigli tessuti nella pietra.

Sembravano creature nate dalla dimenticanza di una gloria svanita, empi nell’insulto quotidiano verso la rinascita che la citta’ aveva avuto negli ultimi decenni. Biblioteche dal legno morso dalle termiti s’aprivano al pubblico di vecchi coi mantelli neri, nonostante l’afa pre-autunalle. Davanti, i mercanti avevano installato con poco delle bancarelle sconnesse, in cui vendevano vecchi libri ereditati dopo la guerra.

Luccicavano orologi d’epoca e collane fatte a mano, anelli ossidati e cartoline aereografate della citta’. Poster di film degli anni 60.

Alcuni gatti si divertivano a rincorrersi e ad azzuffarsi vicino ai turisti, con i mercanti pronti a scusarsi per attaccare discorso sulla loro merce di qualita’.

L’aria era pregna dell’odore inebriante dell’incenso dai banchi dei suoi venditori, quei fricchettoni presenti a ogni fiera in ogni parte del globo, con la loro paccottiglia new age e i libri sulla medicina cinese scritti in America. A quell’odore si mischiava quello proveniente da una bancarella, dove un ragazzo mingherlino, con la faccia rarefatta dal fumo, friggeva dei pezzi rotondi di patate allo stecco, immergendoli a bagno nell’olio bollente.

Passando di li, Antonio noto’ che il ragazzo era senza una mano, e le dita si chiudevano in se stesse in un pugno deforme. Forse era successo un incidente e la mano era finita nell’olio.

S’inoltro’ nella folla di turisti che si accalcavano vicino alle bancarelle e capito’ proprio di fronte alla ragazza dell’autobus che stava accarezzando con le dita una collana d’argento, con una piccola tartaruga all’apice.

Il fumo proveniente dalle bancarella nascondeva tutto, immergeva tutto in una nebbia amorfa, che si allungava e stringeva nello spazio e nel tempo. Rimaneva il vociare dei negozianti, il rincorrersi dei gatti e il lamento dei bambini.

Usci dal mercato e si ritrovo’ di colpo sotto la casa del professore.

Era un vecchio palazzo ottocentesco di tre piani, di colore bianco, con le finestre chiuse. Sembrava disabitato per l’aspetto trascurato che aveva. Davanti, un enorme acero si stagliava sulla parete esterna, fino a sfiorare le finestre coi rami appuntiti. Cresceva su un giardino dall’erba incolta, lasciata crescere fino a coprire meta’ della porta d’ingresso.

Il cancello era aperto, quindi entro’ facendosi strada tra le erbacce e i rami dell’acero.

Professor. ..... recitava il campanello, con una scritta nera appena percettibile su uno sfondo ingiallito.

Suono’.

 

Antonio? E’ lei ? Entri entri, prego! – rispose la voce squillante del Professore.

La porta si apri’ con uno schiocco metalicco ed entro’ dentro non essendo pienamente sicuro di quello che l’avrebbe aspettato. Viveva in quella citta’ da due anni, ed era ancora uno straniero. Era un po’ scettico delle abitudini eccentriche degli abitanti di C.

L’atrio era stretto e buio, illuminato solo da due lampadine attaccate all’insu’ alla parete. L’odore forte di muffa e la mancanza di ossigeno impedivano la permanenza per piu’ di dieci minuti in quella stanza angusta. Non era l’ideale per chi, come lui, aveva la sinusite.

Prego, da questa parte si accomodi

Guardo’ in alto e segui su una scala la voce del professore fino ad arrivare in cima.

Eccoci qua, scusi il ritardo

Ma le pare, ma le pare! Si figuri. Ha per caso incontrato Elisabetta per la strada?

Mmm no, di chi si tratta?

E’ mia nipote, anche lei sara’ presente alla cena. Secondo i miei calcoli dovrebbe aver fatto la sua stessa strada.

I suoi calcoli ?

 

No, purtroppo non ho ancora avuto il piacere...

Ah bene bene, lo avra’ fra poco, non si preoccupi, Antonio. Ecco prego, si accomodi, sono subito da lei, devo sbrigare delle cose prima di dedicarmi alla cena, ma poi sono subito da lei.

Ah, mi dispiace per il disturbo...

Troppo gentile, troppo gentile. Sono da lei fra 10 minuti, si accomodi in soggiorno.

Grazie

Il Professore attraverso’ il soggiorno e’ spari dietro una porta vicino la cucina.

Era un bel soggiorno. Si sviluppava diagonalmente all’ingresso. Le pareti bianche erano ricoperte da librerie e oggetti particolari, forse raccolti in tanti viaggi all’estero. Per terra dei tappeti persiani dal colore d’ambra rivestivano il pavimento di legno scuro. Delle lampade di ferro battuto poggiavano su tavolini raffinati, due divani bianchi, candidi si allungavano parallelamente per meta’ dello spazio.

Quello che colpi Antonio fu la quantita’ esorbitante di oggetti accumulati nella stanza.

Uccelli, serpenti, cervi imbalsamati. Un grande quadro paesagistico mostrava cronologicamente una scena di caccia alla volpe molto cruenta, in cui le volpi venivano inseguite nei boschi, poi uccise e infine scuoiate davanti a tutta la famiglia, bambini compresi, in una scena che ricordava i quadri del primo Bosch.

Poi penne, candelabri, statuine in legno, raffiguranti antiche divinita’ tribali africane, una bacheca colma di monete antiche e un’altra con delle spade di periodo napoleonico.

Per quale motivo il Professore aveva raccolto tutti quegli oggetti senza uno specifico ordine o logica?

Sul lato della finestra, chiusa, vi era un ripiano con delle vecchie carte geografiche, dei primi viaggi in Asia per la via della seta e dell’Europa colonialista.

Antonio si sedette nel divano e rimase li ad aspettare, temendo che la sua curiosita’ avrebbe infastidito il Professore.

 

 

C’era una persona che viveva in quel treno, si ricordo’, perche’ la notte, quando stava per varcare il confine italiano, aveva iniziato ad avere fame e cercato la carrozza ristorante. Con gli occhi allucinati dalla luce e oscurita’ e dondolando nel corridoio del treno, aveva raggiunto quel loculo, dove viveva una donna minuta, dal sorriso umile e gli occhi lucidi di sonno. Chissa’ perche’ viveva lì quella donna, si era chiesto Antonio, chiedendole un loaker. Lei era con gli occhi coperti di sonno, tutta la notte sveglia nella carrozza ristorante.

Si evitano le persone tristi, si evitano le persone malate. Le persone tristi e malate non piacciono a nessuno. In quanto triste e felice e umano, ti amo.

La marea va e viene. L'amore soprassa tutto, vince tutto. L'amore vince tutto. La marea va e viene.

Vorrei cullarti, nella candida marea della notte.

Quando l'eleganza è negata, quando la pillola bianca è sospesa tra le labbra, un fremito gentile, il desiderio di un abbraccio piu' soffocante. La prostituzione come via d'uscita dalla mediocrità, dal senso di inferiorità. Nell'orgasmo il ritrovare se stessi. Solo un pazzo vede un altro pazzo come normale.

Buon compleanno ai fantasmi del passato. You gave me songs to sing.

Nel ricordo del passato, ricorda il messaggio. Di nuovo analizzare tutto, questa è la tua condanna.

Ricordò il messaggio, il modo in cui scriveva sta notte staccato.

 

Sta notte

Sta notte

Sta notte

Sta notte

 

'Sta notte ho sognato che attraversavamo quel ponte sospeso a Budapest... con tutte le cattiverie che mi hai detto non dovrei più avere ricordi dolci su di te, anzi non pensarti proprio più, ma non ce la faccio... spero che tu stia bene e che tu abbia trovato una ragazza dolce e umile che ti ami veramente. E' vero che la tua cattiveria è sempre stata accompagnata dalla tua estrema dolcezza e sensibilità, quindi te lo meriti.A delicate lotus flower, buona giornata, Sara'

 

Non era a delicate lotus flower, si era sbagliata ma a delicate asian flower, era quello che aveva detto David, quel turista americano di Berkley che incontrammo una notte a Venezia.

 

E' troppo facile fare così. Imparo' a inventarsi frasi da dire dopo essere stato lasciato da ragazze che non aveva ancora conosciuto:

 

alla fine son finito come Leopardi nel film, sono andato a mignotte

buon divertimento, salutami (nome del presunto nuovo ragazzo)

tu hai bisogno di farti curare da uno bravo, io non sono il tuo psicologo

bene, almeno la tua superficialità la smetterà di infastidirmi

grazie, meglio così. Ero già sopraffatto dalla noia

Hai buttato le pere anche se alcune erano ancora buone, come se volessi, desiderassi la perdità, con la rassegnazione di uno che non ha amore e quando lo ha lo rifuta, lo rigetta, lo butta nel secchio.

Ricordo quella fotografia, il letto di ospedale, la luce elettrica del neon nella sala d'aspetto.

Ricorda, Antonio, la secchezza lucida e monocromatica dei corpi, il chiaroscuro più reale.

 

Suono’ il campanello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6 Settembre. Ricordo

 

Suono' il campanello.

 

Ricordo come mi tenevi stretto, quando attraversavamo il Ponte delle Catene a Budapest. Io ho paura delle vertigini. Il sesso vale molto poco, la morale sai, è tutta una questione di morale.

Io ho paura delle vertigini, avevamo speso troppi soldi, l'hotel era splendido, il caffè, la libreria, il ristorante ebraico.Ma quando a Buda arrivò il temporale, al riparo delle emozioni, volevo scappare dall'esistenza dalla vita. Sotto le colonne ottomane, l'ombrello rotto, la tua ossessione per la bellezza, l'egocentrismo, l'ansia di partecipare alla bellezza. Mi chiedevi di farti una foto, io ero preoccupato per l'ombrello rotto, per il temporale che stava arrivando.

E' sempre stata una questione di chaser e di setter, il chaser tornerà sempre. Ho dovuto chiudere tutto, facebook, le chat, chiudere del tutto con te per non farti tornare più. Sei andata a Parigi, troia.

Il temporale avanzava coi colori cerulei, il flusso organico delle tue parole, il litigio, poi il taxi, le terme turche, l'ossessione. Il tufo che pensavo fosse radioattivo, tu che hai dimenticato tutto e rinfacciavi tutto sui soldi, sull'amore.

In sauna non riuscivo a respirare, il mio respiro era diventato caldo come il mio corpo e si agitava dentro come un estraneo a casa d'altri. Sgradito. Avevo voglia di amarti di piu', mi dispiace se non l'ho dimostrato.

Non dovrei scriverti, lo so, è tardi. Ho aspettato a lungo che mi scrivessi tu. Ascolto i Drop Nineteens, come quando ci siamo conosciuti, erano i primi tempi. Confusi dalla festa del vino a Budapest, ho portato a casa i bicchieri, li uso tutti i giorni, ma non bevo più il vino. Non fumo neanche più. Ci sono ancora i tuoi shampi, i tuoi saponi che ho lasciato, ho anche paura di toccarli.

Eri una persona splendida, ma fortemente disturbata dalle tue ossessioni.

Ed è così che funziona il karma, ora sono io quello ossessionato.

 

Ricordo che dovevamo andare al compleanno dell'imperatore.

Ma ci eravamo svegliati troppo tardi e quando eravamo arrivati era finito tutto. I vecchi se ne

stavano andando, non c'era piu' spazio. Il 23 di dicembre ricordo il profumo dei tuoi capelli, il

tuo sorriso, il tuo rimanere aggrappata all'appassire lento che incombeva nei tuoi anni.

Le pietre rimangono in fondo al torrente, non le sposta nessuno. Ti ho ritrovato su facebook anni dopo, anni dopo la fermata della metro di ikenoue, in cui sprofondammo nell'incertezza da tsunami. Erano tempi senza tregua, senza attese,

senza abbastanza momenti rimasti nelle mani. I momenti erano finiti, ti salutai alla fermata

della metro di ikenoue dicendoti di lasciare il Giappone, che era troppo pericoloso ed ero

preoccupato. Scappavo senza pieta' a Osaka, dove c'era l'altra. Avevo tutto con me. Mio

padre era molto serio al telefono, non sapevamo cosa sarebbe successo. Avevamo poco

tempo ma avevo con me tanta crudelta'. Da giovani si gioca a fare i cattivi, con l'ingenuita' e

la forza di chi ha tanta vita dentro e non ha niente da perdere. Ayako non eri cosi, io avevo

solo 25 anni, tu 33, non c'era la disperazione matura nei tuoi occhi, c'era l'amore che ho

rinnegato, l'amore che non ho riconosciuto.Ho preso il bus, era Marzo, ho perso tutti i ciliegi in fiore. C'era solo una musica che ascoltavo tutte le sere prima di partire, era la colonna sonora di Norwegian Wood dei Can e Johnny Greenwood. Me l'ascoltavo in testa la sera, dopo che la neve si era sciolta. Era marzo e c'era stato lo tsunami, c'era stato l'incidente nucleare. Mi sparavo in testa quella musica, camminando vero il conbini piu' vicino, fumando Seven Stars davanti a bambini con le mascherine che mi guardavano incuriositi. Gaijin.

C'era il parco e le barche a forma di cigno per le coppie e il tempio piu' in la' quando mi avevi raccontato la leggenda per cui prenderle portava sfortuna. Era la maledizione del lago.

Detour.

Le risate delle coppie, il santone che leggeva i manga nel parco.

E ad inokashirakoen andavamo con Yuki e Ikko a mangiare lo yakitori a 100 yen, in un locale fumosissimo, dalle luci sporche, dai salaryman rumorosi che si buttavano all'indietro nelle loro giacche comprate nei piu' grandi depaato, sorseggiando nama biru.

Andavamo la', Ayako, ricordi? prima di partire per quel mese di business trip a Seattle, mi

avevi raccontato tutto. Sei tornata con tanta voglia di amarmi. Io non ce la facevo, ero perso

per quella ragazzina di Osaka.

 

MERRY CHRISTMAS

 

era la scritta del conbini. Percorrevo quel parco sempre ed ero sempre in ritardo al lavoro.

Quella sera quando tornai c'erano degli stranieri come me che fumavano erba davanti alla

stazione di inokashira. Forse non sapevano che c'era la stazione di polizia a un centinaio di

metri da lì. Forse non sapevano niente.

 

2) Tommi quando guardavamo Akira di notte mentre gli altri dormivano, prima che bruciassi il tuo cervello nell'alcol, prima che lo schifo ti distruggesse. Parlavamo di Giappone tutta la notte, mi tiravi fuori i registi migliori, con quel bicchiere inane di spritz in mano. Gli occhiali spessi, le parole cadenzate, splendide, quella parlantina asburgica che ti contradistingueva. I can live without love... Non riuscivi a vivere senza amore, Tommi, nonostante lo rifiutassi sempre, tutti i giorni. Lo rifiutavi per codardia, per difesa. Era più facile bere. Te ne ho viste passare tante di bevande e di donne. Sotto quegli occhiali spessi e tondi, la maglietta di Blade runner, c'era solo un disperato bisogno di essere amato, come tutti.

Io rimango a fissare il cellulare perchè tu risponda, altri hanno altri modi. C'è chi decide di fare carriere, i soldi non c'entrano, è solo questione di autostima, per poi avere quella leverage sugli altri. C'è chi scrive per gli altri, anche in quella categoria ricado io. Ma ogni forma di produzione artistica si assesta su questa intenzione. C'è chi fa uso di droghe e alcol. E qui Tommi. Questo è il modo migliore, il più sincero, il meno patetico per trovare l'amore. L'amore spesso si cela in altre realyà, nascondendo il suo carattere autodistruttivo, la sua essenza d'oblio.

Pray for Newtown

 

Non cade, non si frasntuma.

Sicuramente l'hai detto per paura di essere esposta ll'amore. Sicuramente non c'era bisogno di aspettare alcuna testimonianza. La pazienza rimane una virtù di poco conto. S'arrampica sull'insicurezza come solletico e vertigine. S'arrampica nell'etere e nel segreto della notte.

Quando c'è poco da raccontare l'incuvo si muove nella camera di vetro del silenzio, rimane attaccato al sapore dell'acqua. Al sale nelle orecchie.

Abbiamo avuto troppo tempo per capire l'insicurezza. C'è stata la gioia di perderlo nei tuoi capelli, nelle carezze ammaestrate del desiderio. Rimando ad aspettarti e nell'attesa muoio, Nel vento ripenso.

Merry christmas, Happy new year.

 

All things that live long are gradually so saturated with reason that their origin in unreason thereby becomes improbable. Does not almost every precise history of an origination impress our feelings as paradoxical and only offensive?

 

Il freddo a Vienna é lungo e senza pietà, i quartieri si allargano in strade uguali, dimentiche del buio, illuminate dalle luci di natale. La musica sparata dai baracchini che vendono vino caldo e punch, le foto scattate dai turisti. La nostra foto scattata dai turisti. Rimaneva il passeggiare lento, tra le folle di persone

La randomizzazione dei rapporti sociali, la nostalgia del silenzio, l'idealizzazione e la mancanza, la necessità di separare i propri pensieri dalle nostalgie. Le fasi del sonno, levarsi di torno, accettarlo, come il sapore della carte e dell'incenso, sfiorare la conoscenza e il desiderio. Purificati nell'ignoranza, dimentichi della gioia, dalle religioni, dalla certezza. Lei non scrive piu'.

La consapevolezza che non sei piu' importante per nessuno. Sostituire una relazione a distanza con un'altra relazione a distanza. C'e' mancanza di fiducia, nella randomizzazione delle relazioni, c'è voglia di restare aggrappati alla sicurezza, aver paura di farsi avanti e scoprire. C'è la grandezza e la debolezza dell'animo umano, le sue purpure cadute nel mondo del silenzio e la sollevazione fugace. Il chiedersi se essere importanti per qualcun altro sia importante in senso evolutivo e assoluto.

Non lo è, non lo sarà mai. Monopolizzare, monogamizzare serialmente le relazioni, restare ancorati alla debolezza, scegliere una cella di prigione piu' comoda, per paura di respirare l'ossigeno dopo delusioni forti, dopo l'amarezza del passato. Non rimane nelle foglie o nel vetro sanguineo delle finestre dell'anima. Nelle braccia stanche e nelle occhiaie. La lenta scissione di ciò che è giusto e ciò che non lo è si realizza involontariamente nella gelosia per qualcosa che non si possiede, ma si vorrebbe investire. Si perde con l'amare e l'abbarcciare il dolore della lontanza, essere viziati dal contatto. Lei non scrive più.

 

C'è un carion che suona nel buio. Ricordo quando ti eri presa di cura di me, per te era difficile lo so, per te lo studio era importante. Hai passato tutta la tua vita a cercare la felicità come tutti noi. Non hai avuto abbastanza tempo. Non è rimasto tempo. Un giorno mi avevi regalato un orologio. Perchè sei sempre in viaggio, dicevi, hai bisogno di sapere che ora fa. Eri scappata da queste terre disprezzando tutto, come me. Non eri capita, come me. Ti eri rifugiata nell'arroganza, come me. Eri la mia migliore amica, ma non sapevo che lo fossi. Strappata via una mattina di Gennaio. Io imprigionato in una meeting room di ibm in call col Giappone. Il messaggio di mia madre, i biglietti comprati al volo per Firenze. Lasci indietro un po' di gente, lo sai. Non ho avuto tempo di parlarti prima che entrassi in coma, non ho saputo niente di te per mesi. Non ho neanche avuto la forza di chiamarti quando stavi meglio. I dottori che dicevano che non c'era niente da fare, mi ha scritto mia madre. Mio padre che ha trovato la forza di scherzare ancora una volta. I miei cugini che non ho visto. Ancora ancorato alle sciocchezze, perdo coscienza nell'egoismo, in Valentina. A volte giocavo al computer, ero scazzato per i miei drammi postadolescenziali e neanche mi giravo a guardarti zia. Una volta mi hai detto di andare a prendere una birra insieme, non ho avuto tempo neanche per quello, troppo concentrato nelle stupidaggini, troppo concentrato nell'egoismo. Ho perso anche te quest'anno, un mattino di Gennaio, in un messaggio. La call per il Giappone. Io che avevo ancora speranza di rivederti, di abbracciarti, di parlare male di mio padre.

Tutti i libri che mi hai regalato, ogni natale. Ricordo il tuo matrimonio limpido, con mio padre cercavo le felci in un'isola, m'inventavo storie antiche. C'era sempre poco da raccontare. Non rimane che poco, pochissimi ricordi. Ero più concentrato su questa gente inutile che mi ha abbandonato. Tu eri lì, avevamo tutto il tempo dell'universo. Con gli occhi scuri, fieri. Eri la prima donna, l'unica, della mia famiglia ad essere andata all'università. Mi dicevi di studiare e io lo facevo, ricordo che mi hai fatto vedere un mondo che io non conoscevo. I tuoi regali, la tua macchina pazza, il tuo incedere nella vità con la sicurezza e una fierezza pura. Tu ce l'avevi fatta, avevi una famiglia splendida. Guardavi i programmi di Sgabri, lo adoravi.

Ricordo che mi ribeccavi con la giusta severità, davanti ai miei vizi.

Avevi quell'ironia pura, quell'odio puro verso le ingiustizie. Aspiravi al meglio. I tuoi bambini, loro ti amavano tantissimo, e sei stata la miglior madre che loro possano aver avuto. Hanno tutti e due superato le tue aspettative, sai? Sono cresciuti benissimo, nonostante tutto. 23 Gennaio 2015, due mesi prima del mio compleanno. Sono lontano, non capisco. Ho perso la tua eleganza, la grandezza del tuo spirito, il tuo nome, le cene insieme. Sempre ingannato dai miei progetti futuri, dall'idiozia dei miei problemi mondani. Dicevi che io e Giulia eravamo una coppia bellissima. Sei venuta alla mia laurea, ti ho deluso un po', forse. Mio nonno mi ha chiesto se stiamo ancora insieme, io e Giulia. Purtroppo l'egoismo me l'ha portata via. Tu c'eri sempre. Avrei voluto che tu fossi fiero di me. Se ne va una persona intelligente, rimangono gli stupidi.

Dicevi che dovevo inseguire i miei sogni. Lo farò per te, zia. Non mi fermerà più niente.

Rimane il vuoto, lo colmo con le mie paranoie solite. Vorrei colmarlo con l'entusiasmo di inseguire i miei sogni, ma non ce la faccio, sono perso nell'immobilità. In un lavoro che odio, con gente che odio, in una città che odio. I pochi amici ci sono.

Io non ti ho scelto cosi, ma ti avrei scelto se non ti avessi avuto.

In queste notte crudeli, dove echeggia il suono dei mari dimenticati, dei mari assassini, tutto oscilla tra il poterti amare e il dimostrarsi forte e deboli, come la pioggia di marzo.

Siamo tutti forti e deboli, I see a fountain.

Andiamo a farci una birra insieme, zia. Eri la persona più intelligente che ho conosciuto.

Ripeti, accoda tutto, ripeti. Ripeti il mantra, crea il l'assenza, crea l'essenza, la perdita.

Ecco la perdita, la faccia sorridente delle rocce, il sapore agro degli agrumi d'estate, lo scrichiolio del cielo quando si apre e rivela la realtà e il suo sedimentarsi ripetuto, il suo crescere fragoroso, tu zio che suoni Girls from Ipanema al piano in una notte pugliese e ci sei tu che canti zia, canti bossa nova, canti Girls from Ipanema.

Sai zio, mi hai raccontato che il dolore s'affronta anche suonando, ripetendo una melodia, onorando il suono e le orecchie e le emozioni.

Siamo tutti perdenti, aggrappati alle cose importanti, perderemo tutto, come l'uomo respirando la sua pelle, riconosce il cambiamento, la decadenza, la crudeltà delle notti crudeli, della perdita, il dolore nel cielo, nell'angolo tra cui si incrociano le pareti, in cui si perde il vento, in cui si spinge l'aria.

Piccole realizzazioni, creazioni ancorate al suono, alla perdita incessante, al tintennio inspiegabile all'interno della gabbia, si realizza nella perdita palpabile, nella dimenticanza, nella pioggia di parole, nella guerra di costrizioni. Nei fulmini sugli alberi, nelle carezza che hai dimenticato, nei tuoi occhi, nella finestra socchiusa, aperta e rimasta ad ascoltare il suono della strada, negli occhi delle notti crudeli, nel sangue vero delle notti crudeli. Nei posti dove riposano noia e ossessione, col timore del nome, del chiamarti per nome, cosa che ho perso, ti ho perso.

Ti chiamo per nome, ti cerco, ti evoco nelle notti crudeli, la magia non è vera, il cuore non sente, si ghiaccia come le parole di un amore inascoltato, nelle pose fragili, nella freddezza del tuo corpo, si crea un senso.

Con la perdta, le cose perse prendono senso. Aspettavo nel tuo seno fragile, nel tuo sorriso e nella tua calma. Mi hai cresciuto come una seconda madre, ti ho amato perchè credevi potessimo dare ordine insieme alla confusione nelle nostre teste.

Vale poco, questa relazione di un attimo, tu vali tanto, un collage di fotografie appese al muro, piegate dal tempo con la stessa certezza del sesso.

Non mi hai aspettato nel buio delle notti crudeli, nelle luci d'ospedale, nel sangue dei tuoi figli.

Una birra con te, come sarebbe stato. Mi eri accanto, non ti ascoltavo, parole di bambino, parole di specchio, la lettera di San Paolo ai Corinzi al tuo funerale. La testa piegata di mio zio, in riflessione, in lacrime, manteneva la stessa compostezza sobria di sempre. Il pianto di mia madre riecheggia nel buio. Oggi come stai, mamma?

La perdita è condivisa, è aspettata, è accettata poi, quando arriva il vento e la pioggia, i campi riprendono il colore del cereale e c'è il coraggio di fumare sigarette di disperazione in macchina con Valentina, col finestrino mezzo aperto. La perdita ha dato senso a tutto, a tutta questa storia.

L'orologio che mi hai regalato, ecco che mettiamo ordine alla rinfusa delle nostre autostrade mentali affollate dal traffico dei desiderio, dall'ansia del rimorso, dalla paura della perdita.

Giulia ti ho trattato male, lei diceva che eravamo una bella coppia.

Lo stress e l'egoismo mi hanno portato a dimenticarti. Ti ho perso anche tu un giorno di gennaio, quando ho cercato conforto nella crudeltà delle notte, nell'egoismo e nel desiderio. Dovevo dimostrare che volevo, dovevo dimostrarmi che sono ancora vivo.

I went back and wished I hadn't
I went back and felt regret
I went to the beach and I stared west

Stranamente legato alla noia, alla pensantezza del finito, alla ripetizione del cielo.

Loro cantano canti di rabbia e silenzio, cantano col cuore martellante di sale.

Pagine e carta e rabbia e silenzio. Rabbia e silenzio. Cantano nell'inaspettato svolgersi del mantello ebbro della terra e l'assenzio delle foglie di ambra. L'ossessione e la lontananza, la dipendenza e la certezza, il sesso e l'ossesso.

Fai star meglio a scrivere parole di ambra e silenzio e rabbia, con la bocca secca di bestemmie e morsi di rimorso. People see rock and rock as youth culture.

Spesso si rimane ancorati al sesso, spesso si rimane ancorati al senso.

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Forse dormi, o sei ancora sveglia.

Ti scrivo non perchè me l'hai chiesto, nonostante lo penserai anche quando avrai finito di leggere, ma perchè ti amo e ti ho visto triste. <- Le parole pesano, son preziose, tu le hai studiate, in modern philology (che divertimento è stato tradurre quella lettera – nonostante il mio egocentrismo).

Oggi ho buttato le pere anche se alcune erano ancora buone, come se volessi, deisreassi la perdità, con la rassegnazione di uno che non ha amore e quando lo ha lo rifuta, lo rigetta, lo butto nel secchio.

Oggi è andata così. Quando ho visto il tuo faccino triste l'aria si è spezzata, come il fondo del bicchiere duro della realtà. Siamo distanti, non riusciamo a dormire.

Vorrei che fossi felice, vorrei che fossi vicino a me. Forse me lo dice la fragilità del tuo sguardo tenue, assopito nell'assottigliarsi delle giornate, nell'allungarsi delle ore.

Nel mio lasciarmi andare sbaglio e dico parole mostruose, non sono per te, sono per me. Sono solo scudi per la paura, mi dispiace se ti offendo. Non bastano mille parole, parole vuote, parole scritte al computer.

Mi dispiace. Che ti ho offeso due volte, quando ieri ti ho detto che forse ti eri imbarazzata e oggi chiamandoti superficiale. Io l'ho scambiata per la genuinità, per proteggermi. Ma la vera genuinità sta nelle parole sincere, non in quelle mormorate per paura, per proteggersi dalla vita. Vorrei solo poterti amare con la libertà di non finire negli schemi duri del mio bipolarismo.

L'odore della notte d'autunno vibra nella sua consapevolezza: è fatto di bicchieri di brulè, mura medioevali e lampade ocra. Un tuo sorriso, lo stropicciare del naso, l'assenza e la speranza. Il ricordo dell'odore dell'autunno, dell'odore del segreto delle nostre notti.

Ti ho sognato sempre da quando sono andato via, sono un codardo, sarei dovuto restare con te a combattere la morte. Combattiamo insieme.

 

 

Nelle piante, gli aceri giapponesi chiuse in cassaforti di vetro. Le giacche nere e le camicie bianche. Una sega sparata controlo il vetro del 18esimo piano dell'hotel Intercontinental.

Le mani fremono, il cielo si ferma, la paralisi avanza con il suo dolore di carezze perse. Non avevamo più niente. Ho rincontrato Ayako, sempre la solita eleganza, una giacca beige e i pantaloni bianchi. Ho ordinato un martini all'ultimo piano di un altro hotel ad Odaiba. Aveva gli occhi maturi e indifferenti di chi aveva dimenticato tutto. O voleva aver dimenticato tutto. Gli occhi neri profondi, Ayako. Ci siamo incontrati ad Odaiba, pioveva. Ero a fumare una sigaretta con Ryuhei.

Scrivi ancora?

Si

Perchè?

Ho sempre il bisogno di cambiare il passato.

Un sorriso. Tutto il male che ti ho fatto. Ti ho chiesto scusa: ero giovane, ero stupido, non sapevo, non sapevo apprezzare niente. Lontano nella baia di tokyo, le navi passavano lentissime, si perdevano nella nebbia e la pioggia. Il rainbow bridge, la copia della statua della libertà. Siamo andati a mangiare del pesce crudo in un cetro commerciale, era molto caldo là dentro. Poi siamo andati a vedere Gundam. Avevamop solu due ore. Ryuhei s'è preso uno yakitori da un venditore ambulante. Aveva sempre fame.

Dopo lo tsunami ti avevo perso, ero scappato, ero scappato via da tutto. Ci eravamo visti alla fermata di Ikenoue, ma non avevo la forza di restare. Non capivo l'importanza, l'errore. I tuoi occhi neri, la faccia spaventata, anche la tua. Vai via, è pericoloso, poi son scappato a prendere l'aereo ad Osaka.

Dovevo finire le mie sigarette al mentolo. Disgustose.

Aspettavi sotto la pioggia Ayako. E il senso di colpa.

Una sega sparata all'hotel intercontinental di roppongi, all'ultimo piano. L'accappatoio addosso, che ho poi perso. La grandezza della città, le luci che rimbalzavano continuamente nella notte, come ticchettii di orologi rotti.

Ho chiuso gli occhi, ho immaginato tokyo nelle sue mille trasfigurazioni.

Tokyo la città del mio primo amore, Tokyo e le cene e gli amici, i parchi, i templi, le 35 milioni di anime e i loro pensieri, le loro preoccupazioni, il vendere, lo scopare, l'amare, il morire, l'aspettare, il giocare, il leggere, andare al cinema, mangiare, dormire, passeggiare.

Il giorno dopo sono andato ad Asakusa. C'era una anziana abbracciata col marito in silenzio davanti all'ultimo ciliego del tempio, prima della sfioritura. Rimasero in silenzio, davanti al ciliegio, non so per quanto tempo.

Do you know what the thuring test is?

Quello che ti sorprende di più è quanto il silenzio domini tutto. Niente urla, niente scazzi.

Tokyo, la terza volta. Come tornare a casa. E soffrire e morire. Guarda, ecco, puoi stare solo due settimane puoi vedere chi sei, chi sei veramente, di chi essenza è fatto il tuo cuore, poi tornare nella scatola da dove sei venuto, respirare la perdita ancora una volta.

Eternamente homesick per un posto che non è casa tua.

Eternamente imprigionato in una scatola, esiliato per aver sbagliato. Ecco, è questa la punizione del karma, tu non meriti il Giappone.

Un formicolio, è il tunnel carpale?

Sciocco.

 

6 Settembre. Cene

 

Suonò il campanello

 

Il Professore ricomparve in tutta fretta, lancio’ un sorriso ad Antonio e si diresse verso l’ingresso. Da li usci un uomo altissimo, di due metri e piu’, vestito completamente di nero e con una barba da scrittore russo dell’Ottocento. Somigliava proprio al regista, da come l’aveva visto su wikipedia. Ma non l’immaginava cosi alto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordo una notte insonne.

 

La tipa scende con lui.Lui va dal professore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tipo racconta a una tipa la sua storia mentre è bloccato in un ascensore. stuck in an elevator.

Ma in realtà l'elevator non esiste. È un sogno.

 

A metà racconto si scopre che è bloccato nell'ascensore e la storia la sta raccontando a sta tipa. È vecchio.

 

 

 

 

Michele ha un intolleranza al pepe, la pietanza magica che non aveva il pepe

 

 

ogni Personaggio alla cena racconta la sua storia

 

 

stuck in an elevator.

 

 

Il protagonista è intrappolato nella trama delle connessioni, ma continua a pensare alle cose che ha perso. E' frustato dalla trama delle connessioni. Tutto è interconnesso, ma continua a pensare alle cose che ha perso.

quando alla cena -> rimango chiusi per qualche motivo, (una calmità naturale?) lì per qualche giorno

 

poi protagonista va a dormire e sogna l'albergo e nell'albergo sogna le persone che ha incontrato, le persone importanti, ognuno ha un ruolo diverso

 

sognare l'orologio dentro il cassetto

 

più vado avanti nei capitoli più diveta razionale

 

inserire scena treno verso vienna, della tipa che vende i sandwich e vive nel cunicolo del treno.

 

 

- Parte 2 - CIELO

 

 

- Parte 3 - MENTE

 

 

finale totale: giulia non è mai esistita, era solo nella tua mente. La giulia che volevi era in realtà l'immagine dei ricordi idealiche hai raccolto durante tutte le donne che hai conosciuto. E questo viene dalla tua insicurezza, dalla tua imperfezione. Per questo aneli alla perfezione.

 

 

Bello treno tra le montagne, scena da inserire assolutamente

 

la borsa dei joy division la tipa in fila al supermercato

 

personaggio del parassita mafioso (filo) che va avanti introtando le persone, senza vere nessuna dote, nè intelligenza, solo parlantina e leccaculismo

 

La stanza bianca, i mobili bianchi, i vestiti bianchi,

Appartmento del terzo piano.

John K. Viveva da tre anni in quello spazio. Lavorava in un'azienda di servizi finanziari, vicino alla Banca Centrale. Ogni mattina si alzava alle 7, poi entrava in doccia e si vestiva lentamente, facendo attenzione che i suoi abiti bianchi non avessero alcuna macchia.

Non aveva ottimi rapporti con i colleghi, meglio dire che non aveva alcun rapporto.

Quando tornava dal lavoro, verso le 7, passava il tempo ad ascoltare musica o a leggere.

La casa era vuota, studiata per contenere il più grande silenzio, il minimo spreco.

John K. Aveva 35 anni, single ormai da 10 e senza famiglia di fatto

Quando arrivava l'autunno era solito fare delle passeggiate, si portava sempre un libro dietro.

Aveva continuato a vivere così dagli ultimi 10 anni.

Era Novembre, il tramonto aveva una luce più bella, così tornò un po' prima dal lavoro quel giorno e andò verso la spiaggia per ammirare il cielo. Non era particolarmente triste, semplicemente non aveva niente da fare. La noia della grande città l'opprimeva.

Quando guardò il cielo, le chiazze ambrate nell'etere si ricordò di quello che gli aveva detto un suo amico tempo fa, durante l'università. Oppresso dalla noia, dall'assenza di interazione umana per troppo tempo, decise di chiamarlo.

Rimane tutto circoscritto nella memoria, nei treni e nella musica dimenticata, nelle serate d'alcol e rabbia, bagnato dalla pioggia, bagnato dalla pioggia.

Riaprì gli occhi, era arrivato il momento di chiamare P.

- Come va?

- Bene, dai.

Troppo tempo passato. L'amicizia muore con l'assenza, subentra l'egoismo dei problemi veri della vita.

Appartamento del terzo piano. John K. Tiene il telefono bianco in mano. Non aveva mai finito niente nella vita. Era rimasto tutto perso e interrotto, la comunicazione interrotta, rimane poco da raccontarsi tra amici. Il gatto bianco gli si buttò tra le gambe, poi lo guardò perplesso. John K. Rimase un minuto buono ad aspettare una reazione dall'altra parte.

- Tu?

- Io bene, bene. Oggi sono stato in spiaggia, mi è venuta in mente la nostra casa, quella che dovevamo comprare, quella di fronte alla biblioteca dove studiavamo.

- Ah! Grande! - poi scoppiò in una risata – quanto è passato? 10 anni?

- 10 anni, si.

John K. fece un sospiro. Era la prima interazione che aveva fuori dal lavoro da troppo tempo. Si resero conto entrambi che non avevano argomenti di conversazione. Un tempo avrebbero parlato per ore.

- Vivi sempre al solito posto? Sarebbe bello beccarsi per una birra

- Non è una cattiva idea. Martedì?

- Per me va bene. Dai ci vediamo lì sotto casa tua, martedì alle 9.

- Perfetto dai, così ci aggiorniamo.

Così ci aggiorniamo... ma su cosa?